Rapporto Pit Salute: la sanità pubblica resta la prima scelta ma a caro prezzo.

Lunghe liste d’attesa, eccessivo costo del ticket e dei farmaci e assistenza territoriale insoddisfacente tendono a minare la fiducia degli italiani nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale (Ssn). Questa l’immagine che emerge dal XX Rapporto Pit Salute dal titolo “Sanità pubblica: prima scelta ma a caro prezzo” presentato il 12 dicembre a Roma da Cittadinanzattiva e dal Tribunale dei diritti del malato (Tdm) e realizzato grazie al supporto incondizionato Federazione dei collegi degli infermieri (Ipasvi), della Fnomceo (ordini dei medici) e della Fofi (ordini dei farmacisti).

Il Rapporto prende le mosse dalle segnalazioni di 25mila pazienti inviate nel 2016 al Tribunale dei diritti del Malato di Cittadinanzattiva. A prevalere, fra le segnalazioni, sono soprattutto criticità relative alle lunghe liste di attesa della sanità pubblica (54% del totale) e al pagamento di ticket per esami diagnostici e visite specialistiche (37,5%). Le spesa sostenuta dai cittadini per i ticket domina, in effetti, la classifica delle segnalazioni relative ai costi, seguita da quella per i farmaci e per le prestazioni intramoenia. Ma a queste voci se ne aggiungono altre, tra cui degenze in residenze sanitarie assistite (Rsa), assistenza protesica e integrativa, mobilità sanitaria e mancate esenzioni per malattie rare.

Poco meno di un terzo lamenta difficoltà, ritardi, eccesso di burocrazia e costi. Le principali problematiche sono legate alle liste d’attesa, a ticket ed esenzioni, le prime con un dato stabile al 54,1% e le seconde con un aumento dal 30,5% del 2015 al 37,5% del 2016.
I cittadini segnalano soprattutto tempi lunghi per accedere alle visite specialistiche, con una percentuale che è passata dal 34,3% del 2015 al 40,3% del 2016. Seguono, con il 28,1% delle segnalazioni, a quota 35,3% nel 2015, i lunghi tempi per gli interventi chirurgici. Al terzo posto si piazzano gli esami diagnostici, con un aumento percentuale di segnalazioni, passate dal 25,5% del 2015 al 26,4% del 2016.

Il 37,4% denuncia i costi elevati e gli aumenti relativi ai ticket per la diagnostica e la specialistica, mentre il 31% esprime disagio rispetto ai casi di mancata esenzione dal ticket, in aumento rispetto al 24,5% del 2015. Ma tra i costi insostenibili ci sono pure quelli di farmaci, intramoenia, Rsa e protesi ed ausili.

Per i cittadini l’assistenza sanitaria offerta a livello territoriale è peggiorata rispetto al passato.

Le difficoltà relative all’assistenza territoriale sono passate dall’11,5% del 2015 al 13,9% del 2016. In particolare, quasi un cittadino su tre, il 30,5%, segnala problemi con l’assistenza primaria di base, soprattutto per rifiuto prescrizioni da parte del medico, anche per effetto del decreto appropriatezza, e per l’inadeguatezza degli orari dello studio del medico di base.

Il 15% ha problemi con la riabilitazione, in particolare in regime di degenza (45,4%): in due casi su cinque è valutato di scarsa qualità e in quasi un caso su quattro risulta assente per la carenza di strutture o posti letto. Poco meno del 30% incontra problemi con la riabilitazione a domicilio, che non si riesce ad attivare o che viene sospesa all’improvviso. Inoltre, il 14,3% segnala criticità nell’assistenza domiciliare: in un caso su tre non sanno bene come attivare il servizio, a causa della carenza di informazioni o delle difficoltà burocratiche, o addirittura l’assistenza domiciliare è del tutto assente nella loro zona di residenza.

Il 13,8% dei cittadini, in crescita rispetto al 2015, segnala disservizi per il riconoscimento che in più della metà dei casi risulta estremamente lento. In un caso su quattro l’esito dell’accertamento è considerato inadeguato alle condizioni di salute. E le attese non finiscono qui: troppo lunghi, per il 15,8% dei cittadini che si rivolge a Cittadinanzattiva, i tempi di erogazione dei benefici economici e delle agevolazioni.

In lieve diminuzione le segnalazioni su casi di presunta malpractice e sicurezza delle strutture: nel 2016 arrivano al 13,3% rispetto al 14,6% del 2015. La voce più rappresentata (47,9%) è quella dei presunti errori diagnostici e terapeutici, con alcune aree critiche che sono: per le diagnosi l’ambito oncologico (19%), ortopedico (16,4%), ginecologico ed ostetrico (12,4%); per la terapia, l’ortopedia (20,3%), la chirurgia generale (13,4%) e la ginecologia ed ostetricia (12,1%).

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