Sogni allontanano Alzheimer, la fase Rem è uno scudo.

L’importante è sognare. Non importa cosa, l’effetto sembra comunque garantito dalla scienza: meno rischi di ammalarsi di Alzheimer. Secondo uno studio pubblicato su ‘Neurology’, rivista dell’Accademia americana di neurologia, il sonno Rem – appunto la fase dei sogni – protegge dalla demenza. Al contrario, perderlo aumenta il pericolo di svilupparla. Più precisamente, per ogni riduzione di sonno Rem pari all’1%, il rischio sale del 9%.

“I disturbi del sonno sono comuni in chi soffre di demenza, ma poco si sa sul ruolo giocato dalle diverse fasi di cui il sonno si compone”, spiega Matthew P. Pase, della Swinburne University of Technology australiana e della Boston University School of Medicine statunitense. L’obiettivo della ricerca è stato dunque quello di “scoprire quali stadi del sonno possono essere associati alla demenza. E mentre non abbiamo trovato alcun legame con la cosiddetta fase del sonno profondo – dice Pase – è stato osservato un link con il sonno Rem”, caratterizzato da rapidi movimenti oculari (Rapid Eye Movement, da cui l’acronimo) e tempo dei sogni. Lo stadio in cui si concentra l’attività onirica.

L’indagine ha riguardato 321 abitanti del Massachusetts (Usa), età media 67 anni, coinvolti nel Framingham Heart Study al quale Pase partecipa come ricercatore. Per ognuno sono stati misurati i cicli di sonno e raccolti vari dati; il periodo di osservazione è proseguito in media per 12 anni, durante i quali sono stati registrati i casi di demenza e Alzheimer. Al netto di fattori confondenti, gli scienziati hanno stabilito il legame tra sonno Rem e rischio di ammalarsi.

“I nostri dati – afferma Pase – indicano il sonno Rem come un predittore di demenza. Il prossimo passo sarà determinare perché una sua riduzione è associata a una probabilità maggiore di svilupparla. Facendo luce sul ruolo del sonno nella patogenesi di demenza e Alzheimer, la speranza è di riuscire eventualmente a identificare un modo per ritardare o addirittura prevenire la malattia”.

I ricercatori avvertono comunque che lo studio ha il limite di essere troppo piccolo, ed evidenziano l’opportunità di approfondire i risultati su una scala più ampia. Inoltre, per i partecipanti non erano disponibili informazioni sulla presenza di lavoratori turnisti, categoria di per sé esposta a problemi di sonno (AdnKronos Salute).

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